Il problema più grave del cinema spagnolo di JOHN J. HEALEY

Posted on agosto 6, 2010 di

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Il modo di parlare degli spagnoli, il tono, i gesti, le frasi fatte sono di un’uniformità che non si sposa bene con il cinema. Inoltre, il doppiaggio abituò i registi a non dare importanza alla voce.

I registi e i produttori del cinema spagnolo che si dedicano a film di qualità – quelli che arrivano a sale d’arte e sperimentazione dove si esibisce il miglior cinema di tutto il mondo – giustificano solitamente le loro sconfitte e la mancanza d’attenzione che presta loro la critica internazionale con la mancanza di appoggi statali e il declino del pubblico disposto a prendersi il disturbo di vedere film nelle sale cinematografiche. Si consolano con l’idea che, per lo meno, stanno facendo qualcosa che ha un’integrità artistica, al di fuori dei parametri del successo commerciale. La rigidità fanfarona spagnola comunica una sensazione di libertà e falso affiatamento. C’è una radicata tradizione nell’utilizzo del cinema come strumento per omogeneizzare la lingua. Queste giustificazioni comprensibili ignorano qualcosa di molto più dannoso, qualcosa di endemico che spiega alcuni limiti del cinema spagnolo. Il problema fondamentale è culturale e sociologico e ha a che vedere con i concetti di autenticità e individualità. La lingua spagnola così come è espressa in Spagna non sposa bene con il cinema. Ci sono eccezioni, ma sono quelle che confermano la regola. Se uno vuole accorgersi di ciò che lascia fuori gioco i film spagnoli occorre prestare attenzione agli annunci, ancora radicati negli anni sessanta, che si ascoltano alla radio in qualsiasi taxi per le strade di Madrid. Basta accendere la televisione per vedere e ascoltare le voci, i gesti e le smorfie, teatrali e forzate. Basta solo frequentare bar e negozi ovunque e osservare la gente come parla e come si relaziona. La grande maggioranza degli spagnoli utilizza frasi fatte accoppiate con un linguaggio corporale che impregna generazioni e regioni. I catalani e i baschi utilizzano gli stessi gesti e toni di voce che si vedono nel quartiere madrileno di Salamanca. Le frasi e i loro movimenti corrispondenti si riproducono con una fedeltà affascinante. Nascondono sentimenti veri e rafforzano un’omogeneità sociale. Nonostante gli immigranti che si vedono in tutte le regioni, la Spagna continua ad essere un paese che sembra una fratellanza dove tutti hanno vissuto lo stesso sbaglio. Una società più omogenea ancora sarebbe il Giappone, per esempio. Ma la omogeneità giapponese si accoppia bene con la settima arte. La rigidità giapponese riguarda i riti e i controlli e con un livello di discrezione tanto appariscente quanto psicoanaliticamente ricco. Però, visto attraverso una lente cinematografica, l’effetto che produce non sembra inverosimile e lascia spazi in cui piccole variazioni – uno sguardo mantenuto un millesimo di secondo più del normale – rivelino emozioni profonde. La rigidità fanfarona spagnola comunica una sensazione di libertà e falsa fratellanza che la telecamera rileva al momento, in modo che molta parte del pubblico si distanzi dalla messa in scena. Molti grandi attori americani – Marlon Brando, Robert de Niro y Marilyn Monroe– hanno modi peculiari di parlare. Qui non avrebbero trovato lavoro. Ho amici attori stranieri che non possono svolgere il proprio lavoro, anche se parlano lo spagnolo perfettamente. Poiché, se si nota un sapore d’accento straniero in un casting, restano squalificati. I registi spagnoli – e sono coloro che hanno più responsabilità in tutto questo – a volte sanno più cose riguardo le icone del cinema nordamericano che non i critici degli Stati Uniti, ma quando iniziano a girare cadono nello stesso pozzo di sempre. Tornano ad accontentarsi di parti che soffrono della stessa mancanza di naturalezza e di ristrettezza di registri. I film spagnolo riflettono la società che li gira, e questo spiega perché la maggioranza degli spagnoli non nota niente di strano. La maggioranza dei registi e i loro attori realizzano parti che sono naturali nel contesto spagnolo – che riflettono come si comporta la gente di qui – e che trasmettono le dosi richieste di falsità e uniformità. Ma la telecamera è a-culturale e neutra e riflette fedelmente queste voci tanto basse degli amanti e dei cattivi, le alte e folli di coloro che fanno commedia, le proteste finte delle eroine e le ombre di tutti loro, che salgono ogni due per tre con ogni pessima dichiarazione. Ci fu un’epoca in cui, quando veniva fuori il tema del cinema spagnolo all’estero, gli interessati paravano di Carlos Saura e di Víctor Erice. Adesso quasi nessuno parla di loro e il personaggio che tutti conoscono è Pedro Almodóvar. L’esito del suo lavoro non contraddice la mia teoria. Quello che fa nei suoi film di successo è esagerare le tendenze qui menzionate, le celebra e le porta ad un estremo quasi surrealista, facendo farse e così ha realizzato alcune pellicole con freschezza e momenti di bellezza. Il suo genio risiede nella sua intelligenza, la sua abilità di rompere il sistema, ricavandone profitti anziché soffrire per esso. Un elemento chiave che non ci ha aiutato per niente fu, e continua ad essere, la pratica del doppiaggio. La grande maggioranza de saggi del cinema spagnolo, tanto innamorati delle opere di Billy Wilder, John Ford y Nicholas Ray, familiarizzarono con loro attraverso le voci di cinque doppiatori che tradussero tutta la sottigliezza contenuta nelle anime dei grandi attori nordamericani nelle versioni della voce di Fernando Fernán-Gómez. Soppressa la naturalezza, l’autenticità, la spontaneità si impose il filtro di un castigliano duro e rivestito degli stessi clichè di tono che si ascoltano oggi nei teatri della Gran Via. I film erano così belli che si nonostante tanta selvaggine, ma abituarono i registi spagnoli a non dare troppa importanza alla voce, e la voce e tutto quello che comporta è una parte essenziale di qualsiasi attore. Ci sono registi spagnoli, Fernando León e Enrique Urbizu, Isabel Coixet e Alejandro Amenábar e vari giovani, uomini e donne, che sanno tutto questo e a poco a poco di vedono cambi positivi. Molti dei migliori nuovi attori spagnoli, incluso Javier Bardem, prendolo lezioni nello studio di Juan Carlos Corazza, un argentino che odia il topico. La compagnia Animalario è meravigliosa. Non so se i problemi di cui sto trattando hanno qualcosa a che vedere con la storia particolare della Spagna del XX secolo, con un regime autoritario che durava tanti anni mentre i paesi vicini si sviluppavano con più normalità durante un’epoca chiave nella storia del cinema. Il più probabile è che i codici di condotta di cui parlo hanno le loro origini in un passato abbastanza lontano. Però alcune influenze ci saranno state. In uno studio fatto da Soledad Fox Maura, storica e specialista sulla Guerra Civile, intitolato L’arte della censura: cinema e doppiaggio sotto il franquismo, stabilisce la tradizione radicata in Spagna di fare del cinema uno strumento della casteglianizzazione omogenea e cita ad uno degli ideologi del doppiaggio spagnolo di allora, Emilio Frey, tirata fuori da un libro scritto da Alejandro Ávila, La censura del doppiaggio cinematografico. Per il regme no valevano molto le lingue straniere, però nemmeno il doppiaggio fatto fuori dalla Spagna: “ è nostro maggiore interesse che tutti questi milioni di esseri ricevano l’influenza nordamericana, attraverso la nostra pura ed incomparabile lingua, esente dai modi e dalle peculiarità di ogni paese di lingua ispanica”. Non sono storico. Solo posso commentare ciò che vedo e ciò che ho visto, ciò che vivo e ciò che ho vissuto personalmente; di uno nato e cresciuto a New York che ha lavorato per decadi nel cinema e che ha vissuto in Spagna più che in qualsiasi altro paese da quasi 40 anni. Il popolo spagnolo ha alcune qualità meravigliose: humor, generosità, pazienza e una nobiltà innata che si notano tanto nella città dove vivo come nella zona rurale da dove scrivo. Nelle altre arti – nella letteratura, pittura, architettura, gastronomia, danza e musica – ci sono artisti spagnoli che trionfano nel mondo. Però ancora c’è qualcosa nel suo modo di essere e che perpetua che, semplicemente, non va con il cinema.

John J. Healey «El Pais» 2 agosto 2010.

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