Spesso i critici mi accusano dicendo che nei film non sono altro che me stesso. Ma essere se stessi è molto più difficile di quanto pensiate 4 months ago
E non mi dire che non mi conosci più, che ti sei dimenticato. Non mi dire che non ti ricordi più... 4 months ago
Bastardi senza gloria (inglorious Basterds, 2009)di Quentin Tarantino
Il cinema è fatto di tanti piccoli aneddoti. In quel micromondo di celluloide si raccontano vicende reali o fatti completamente inventati che affascinano chi è fuori da quel mondo e lo osserva con devozione. Quentin Tarantino questo lo sa bene, da appassionato divoratore di cinema qual’è, si è per anni nutrito di queste storie prima del suo dirompente esordio al cinema. Da quel momento in poi Tarantino ha scritto la storia del cinema. Lo ha fatto scrivendo e dirigendo una serie di film di stroardinario successo, ma ci è riuscito anche attraverso la scrittura di un altra storia del cinema, rivalutando alcuni B-movie che sono diventati dei veri e propri cult ed infine lo ha fatto impregnando i suoi film con citazioni cinematografiche che hanno fatto vacillare anche i più esperti del settore.
Eppure il rapporto di Tarantino con la storia del cinema non si arresta qui. Perchè il regista americano ha intriso di racconti e leggende anche il mondo dello star system, rilanciando ad esempio un John Travolta ormai alla frutta con Pulp Fiction, lo stesso vale per Davide Carradine in Kill Bill ma anche la leggenda che vede la pop star Madonna rispondere al regista sulla sua versione di Like a Vergin in Le Iene. Questo discorso vale anche per il suo ultimo lavoro Inglorious Basterds dove, oltre a regalare un importante momento di gloria al regista italiano Enzo G. Castellari, da sempre snobbato dalla critica cinematografica italiana, Tarantino ci regala la favola di Christoph Waltz trasformato da attore -pendolare, come si definiva lui stesso, a attore di fama internazionale grazie alla splendida interpretzione del Colonello Hans Landa che gli vale la Palma d’oro al Festival di Cannes.
In effetti, con la sua passione Tarantino rompe ogni limite tra realtà e finzione. Riesce a far sognare non solo attraverso le storie raccontate sullo schermo ma anche attraverso questo alone di magia che avvolge i suoi film. Per Tarantino il cinema non è solo un industria dello spettacolo, è una fabbrica di sogni che può far sognare se stessa ed il regista si muove in questo ambiente con una disinvoltura sconvolgente, come se si aggirasse per casa in pantofole bevendo una birra ghiacciata.
Per Tarantino il cinema è la chiave di volta del mondo e non sorprende,dunque, vedere in Inglorious Basterds il cinema come strumento per offrire all’umanità l’opportunità di riscrivere la sua Storia. Ma questa occasione non è offerta ad uomini valorosi e forti, integgerrimi e puri ma ad uomini violenti fino all’inverosimile, crudi e senza scrupoli, in sostanza a dei Bastardi senza gloria.
La storia italiana raccontata attraverso il microcosmo di Bagheria e le vicende autobiografiche del regista Giuseppe Tornatore e dei suoi antentati. Baarìa è un amarcord del sud Italia che riprende a tratti la visionarietà felliniana immergendola nei colori intensi di una terra passionale e viscerale.
La fine della seconda guerra mondiale, la caduta del fascismo e l’arrivo degli americani, le lotte proletarie e sindacali. Le tematiche che hanno accompagnato l’Italia nel corso dell’ultimo secolo sono filtrate dai ricordi personali del regista che restituisce il lato umano della Storia intessendo i ricordi personali e i racconti familiari con la “Storia”, quella scritta con la S maiuscola.
Perchè la Storia è fatta da grandi uomini impegnati nella loro battaglie quotidiane e Tornatore sceglie come protagonista di questa ricostruzione la figura di suo padre. Nessun complesso edipico da risolvere attraverso il cinema, Tornatore stupisce proprio nella sua pienezza, nel riuscire a mettere in risalto pregi e difetti di quest’uomo amato, compreso, messo in discussione dai figli stessi, ammirato. Una figura eroica divinamente umana.
Il film resta il ritratto di un epoca difficile, dove le ristrettezze erano tante ma altrettanto intensa era la dignità della povertà. E Tornatore ricostruisce quei luoghi e quelle atmosfere con la stessa umiltà, ce ne offre una visione divisa tra la semplicità provinciale di un paesino di campagna e l’epica di un popolo che sognava un mondo diverso attraverso l’ideale comunista.
Ma ideali a parte, il film colpisce per i profumi che evoca, per la polvere delle strade di Bagheria, per i liquidi che fuoriescono dagli animali e dagli uomini, per il sudore del lavoro e per i morsi della fame, per la forza degli uomini che hanno percorso le strade di questo Paese e che oggi si sentirebbero “s-paesati” nel vedere l’alienzione della propria terra.
Tradotto con un’improbabile I love radio rock, forse per accaparrare i vari fan della radio rockettara italiana, il film di Richard Curtis strizza l’occhio in modo molto sincero alle emittenti pirata londinesi che negli anni sessanta riuscirono a soddisfare le esigenze di evasione dei ragazzi della società londinese espresse magnificamente nella musica rock.
La BBC, ma anche la RAI in Italia, si dimostrò incapace di comprendere il cambiamento in atto e preferì dichiarare illegali le stazioni radiofoniche che trasmettevano questo nuovo sound, aizzando ancora di più lo spirito provocatorio che quella generazione si portava dentro.
Il film di Richard Curtis è la storia di questa nave attraccata in acque internazionali che offre dell’ottimo rock’n'roll a tutta l’Inghilterra. Tra gag surreali, droghe leggere, abiti colorati, grandissime battute, ottimi vinili e tanta energia il film restituisce lo spirito del rock. Quella voglia di fare che va al di la del controllo sociale.
Nessuna esaltazione dell’eroe, nemmeno un esplicito omaggio a Giancarlo Siani. Fortapàscdi Marco Risi è il ritratto di un uomo che ha scelto il suo lavoro e che vuole farlo decentemente, forse senza nemmeno aspirare alla perfezione. Ma Siani non si accontenta di fare ciò che gli dicono di fare, crede alla sua vocazione e crede che fare il giornalista voglia dire cercare la verità e volerla raccontare anche a costo di mettere in gioco la propria vita.
E il film di Risi ci accompagna nel cuore della Napoli anni ‘80 tra costruzioni abusive e camorristi palazzinari che si gonfiavano le tasche con la ricostruzione del terremoto dell’Irpinia lasciando sprofondare le periferie della città partenopea, con l’aappoggio di giunte comunali corrotte e ingrassate.
E sembra di essere davvero tornati 24 anni indietro. Quando tra quei vicoli si andava a giocare a pallone e i nomi dei vari clan ti arrivavano come qualcosa di minaccioso e incombente. I vari Nuvoletta e Gionta sembravano veramente minacciosi e forse lo erano per davvero, come quegli spari che arrivavano in lontananza, con le mamme impaurite che ci richiamavano a casa e con i genitori degli amici che sparivano da un giorno all’altro per degli scambi di persona.
Si sparava e si spara ancora a Napoli. Eppure c’è ancora qualcuno che continua ad andare al di là dei fatti di cronaca, che cerca di capire le connessioni esistenti tra il mondo degli affari, quello della politica e quello della malavita organizzata. Ed oggi, come allora, sono giornalisti e scrittori che utilizzano le parole per spiegarci il nostro mondo, che sacrificano la propria vita per scavare la verità.
E allora questo film è un omaggio a tutti coloro che continuano a resistere, che lavorano per un mondo migliore, che provano a realizzare i loro sogni e che gettano le basi per il futuro. Perchè oggi non ci sarebbe Saviano senza Siani. E non ci sarebbero persone pronte ad ascoltare le voci fuori dal coro.
Il sogno americano che si trasforma in un incubo. Le paure che hanno accompagnato la generazione degli anni ‘50 e il vuoto, l’infernale vuoto che si crea quando stai vendendo i tuoi sogni per un misero salario.
La bella relazione tra Frank e April (sognatore lui e aspirante attrice lei) finiscono nella monotonia della suburbia americana, nel conformismo dell’American way of life, nel buco nero della felicità stereotipata e di villette con giardino fatte in serie.
Mi sono sempre chiesto come sarebbe andata avanti la storia d’amore tra Romeo e Giulietta se il loro amore non fosse finito in un lento ed inesorabile soffocamento e Sam Mendes ci ha dato una risposta possibile, salvando dal Titanic Leonardo Di Caprio e Kate Winslet e lasciandoli affogare lentamente ed inesorabilemente nella disperazione.
L’America che nessuno vuole farvi vedere. Una periferia suburbana popolata quasi esclusivamente da asiatici e un vecchio operaio della Ford in pensione, appena diventato vedovo, che di “musi gialli” in corea ne aveva fatti fuori a decine.
Il film si apre con questo quadro, presentando poi successivamente la figuare di Walt Kowalski (Clint Eastwood), un vecchio scorbutico, insopportabile con dentro un grande dolore, una colpa che lo tormenta da anni. Ma un vecchio che riesce anche a trasformarsi, da duro conservatore razzista americano a genitore adottivo dei piccoli vicini di casa asiatici.
Clin Eastwood ci aveva abituato a film viscerali, intensamente umani. E si ripete questa volta presentando anche un quadro familiare simbolo di un america in decadenza. Da una parte la famiglia americana priva di nucleo, con genitori intolleranti verso i propri figli, che non hanno saputo accudire perché sulle loro spalle grava un fortissimo senso di colpa, causato dagli eccidi commessi.
Dall’altra la famiglia allargata delle comunità asiatiche, che cerca di proteggere i propri cari, e che si rinchiude o viene rinchiusa in ghetti suburbani.
E poi, l’intolleranza delle due fazioni, che si odia, si evita e si addossa vicendevolmente le colpe. Walt Kowalski accusa l’immigrazione asiatica,ma anche lui è stato immigrato polacco e probabilemnte conosce l’emarginazione. Così, la sua maschera da duro cede nel tentativo di aiutare chi si sente in questa condizione.
L’america è in crisi, qualcuno dice per l’invasione dei prodotti asiatici, molto più probabilmente perchè non riesce più a smaltire i prodotti che consumava un tempo.
E in una macchina il simbolo di un America che fu: una Gran Torino del 1972 gioiello del fordismo attualmente in decadenza, rimpiazzato da prodotti asiatici venduti dai figli stessi degli operai che avevano costruito le Ford.
E l’america che produce, consuma e crepa lascia il posto ad un America che vende, consuma e non vuole crepare mai più e che non sa fare più niente. E per questo il vecchio Kowalski rifiuta i propri figli rammolliti e “adotta” il giovane Thao come erede di una voglia di fare che conosce bene.
E il finale è l’incarnazione del senso di giustizia
Le luci della ribalta di spengono. Resta un corpo acciaccato dopo un incontro, seduto nella tenue luce di un camerino. E poi le strade suburbane a malapena illuminate, i passi stanchi del protagonista che si aggirano tra i desolanti prefabbricati in cerca del suo agente. E una birra in lattina aperta nella solitudine di una stanza.
Nei primi minuti del film The Wrestler, Darren Aronofsky si diverte a tenere nascosta l’identità del protagonista, creando l’attesa nel riconoscere il volto di Mickey Rourke. Eppure l’immagine del disfacimento fisico non ci viene mai concessa pienamente nel corso del film, sempre seguita di spalle, mai ostentata palesemente. Il Wrestler Rourke non riesce mai a guadagnarsi il centro dell’inquadratura, sempre defilato, ripreso di profilo, intravisto. Le immagini lo seguono, lo incalzano, lo braccano, ma non elogiano mai la sua sconfitta.
The Ram è un irriducibile perdente, ostinato nei suoi errori, senza alcun miglioramento. Qualche anno fa Michey Rourke provò ad intepretare Charles Bukowski nel film Barfly di Barbet Schroader, ma lo stesso Han rimproverò all’attore la scarsa interpretazione. Con l’interpretazione di The Ram, invece, Rourke riesce a dar vita ad un personaggio acciacato, disilluso, vicino alla morte, squattrinato ed irresponsabile. Un calcio diretto al sogno americano degno del vecchio Buk.
Ed è, infatti, il mito del superuomo americano nel suo sport più posticcio e fasullo ad essere colpito, quella lotta coreografica del Wrestling fatta di luccicanti e sfavillanti ring privi di sangue.
Nel corso del film, emerge però l’uomo, l’amore per sua figlia, il corteggiamento di Cassidy, la spogliarellista del locale notturno e la ragazza madre diurna. Entrambi sono sconfitti dal tempo che passa troppo velocemente. Lui con il cuore a pezzi è impossibilitato a combattere, lei che ha ormai la stessa età della madre dei propri clienti. Entrambi non possono accettare il proprio declino e si ostinano a recitare i propri ruoli.
E le identità stanno strette nei lavori non calzanti. The Ram finisce a fare il commesso nel grande magazzino e gli viene affidato un cartellino con il nome Robin, così Cassady, non è altro che il nome d’arte di Pam. Ed entrambi rifuggono dall’identità di un lavoro che non sentono proprio andando in cerca della propria immagine ideale, entrambi hanno bisogno di definire a voce alta la loro identità nel momento in cui si stanno spogliando da quella dettata dalla società.
E il tuffo finale nel vuoto è un elogio alle libere scelte, un elogio al salto nel vuoto e al coraggio di essere se stessi. Un atto di fede dichiarato al proprio corpo. E le note di Bruce Springsteen nel finale tolgono ogni dubbio: My only faith’s in the broken bones and bruises I display.
Sono qui per criticare Into the Wild, non per elogiarlo. Il film sin dall’inizio risulta essere troppo scontato, un ragazzo benestante che rinuncia ai beni materiali per dedicarsi ad una vita a stretto contatto con la natura. Una tematica così scontata che non credo di averla mai vista in un film americano. (Ma il cinema americano è un buon cinema).
Fuga, evasione, ribellione, perdizione sono tematiche abusate dal cinema americano. E il cinema americano è un buon cinema. Ma una scelta di vita non in linea con la ricerca della felicità non è un tema che ha così tanti precedenti. La rottura delle regole e degli schemi è stato un tema che spesso abbiamo riscontrato nel cinema made in USA ma quasi sempre questi personaggi erano dei losers, degli anti-eroi. In Into the wild, invece, il protagonista del film sceglie la propria condizione, segue la sua strada, anche se non sa dove questa lo condurrà. Siamo agli anti-podi anche dell’on the road di Kerouac. Non è un andare-andare-andare ricerca spasmodica dell’azione, di sé o delle avventure. È un essere, essere, essere, scelta di vita che si nutre dell’essenza. E per questo Sean Penn si impegna a costruire questo personaggio come un mistico, un profeta non portatore di una nuova religione o una nuova visione del mondo, ma cercatore della verità. Ma sono qui per criticare Into the Wild, non per elogiarlo.
La verità sembra d’altronde l’ossessione di tutto il film, asse portante della rinascita spirituale di Chris McCandless. Il film esce più di una volta fuori dai suoi ranghi e si palesa in tutte le sue forme. Alcune scene sembrano superflue, la macchina da presa manifesta più volte la sua presenza nel bel mezzo della natura incontaminata, gli attori che non solo guardano in campo ma spesso rivolgono la loro azione solo ed esclusivamente alla macchina da presa, la recitazione si palesa attraverso un copione spesso vuoto e ridondante, la colonna sonora finisce per invadere il film e porta a sovrapporre le parole cantate da Eddie Vedder alle immagini, le parole del diario di Chris vengono evidentemente riscritte in video, la voce fuori campo è spesso fuori luogo. Sono venuto a seppellire Into the Wild, non per elogiarlo. Eppure, crederei a qualche errore di forma se questi errori fossero disseminati in maniera casuale. Ma sono errori che si ripetono costantemente e finiscono per diventare uno stile, scrittura della verità. Perché il cinema americano oggi ci mostra film perfetti e vuoti, spacciandoci per reale quello che non esiste, mentre Into the Wild ci mostra l’imperfezione della verità, decostruendo un linguaggio a cui siamo abituati, palesandolo e mostrandoci tutta la sua ipocrisia. E allora Penn, che sembra aver girato il suo film più tranquillo, in realtà diventa un violento decostruttore di un cinema americano a cui non sentiamo più di appartenere, regalandoci la poesia di una visione libera come uno squarcio di cielo. Perché il cinema americano può essere un buon cinema.
L’ultimo film di Clint Eastwood è una creatura vivente che patisce la sofferenza dell’esistenza. Un corpo in movimento, mai rassegnato, che osserva si interroga e interroga. Un essere che respira, che soffre e geme, gioisce e spera.
Changeling è la lacrima che ti taglia il viso, il singhiozzo strozza in gola, il riso irriverente sulle prepotenze del potere. Un cuore che pulsa in un corpo gracile di donna, il sangue che scorre all’impazzata nelle vene e che ribolle violento per diluire un mondo che marcisce.
Sono occhi che scrutano in cerca di verità, mani che si incontrano per solidarietà. E respiri profondi, intensi. Sospiri. Sgaurdi che si incontrano, cervelli che intuiscono, vite che si inseguono.
Un corpo errante in cerca di divinità, che non appare qui nella solidarietà cristiana verso i più deboli e gli sconfitti ma come una costante denununcia ai soprusi del potere, lo smascheramento di intrighi e di cospirazioni. Sono le passioni di un pastore combattente, di un boia assassinato, di potenti senza erezioni, di puttane ingiustamente criminalizzate, la sofferenza delle madri dopo la strage degli innocenti.
E il divino diventa la ricerca del Vero, il trionfo della giustizia, la purezza dei sentimenti, la passione dell’uomo contro ogni abuso di potere, contro le autocelebrazioni di prepotenza.
E il divino può manifestarsi in forme diverse, e può assomigliare ad una statuetta d’oro, 5 Oscar asseganti alla poesia di Accadde una notte mentre la babele spettacolare e corrotta di Cleopatra resta a guardare.
Il pubblicizzato triangolo amoroso finisce in un bizzarro quadrilatero, una strana figura geometrica perfettamente costruita per vendere bigliettini al cinema. Si ci sono cascato anch’io. Ma per non finire sempre solo nelle squallide sale di periferia, ogni tanto qualche compromesso lo devi pur accettare.
Se poi il triangolo lo sbatti dritto nel manifesto e nelle pubblicità allora il successo è assicurato. Certo per meritarsi il cinema bisognerebbe osare un di più ma Woody Allen si può permettere di produrre le boiate. E questo lo vediamo da anni. Certo che almeno potrebbe divertirsi a girarle e invece appare anche lui annoiato da se stesso.
Vicky Cristina Barcelona è uno splendido spot turistico concepito dall’industria del turismo di massa. Tanto che quando Cristina decide di partire per la Francia ho temuto che dicesse: “parto con la Ryanair” (si adesso la compagnia degli autobus volanti, con i piloti ex dipendenti COTRAL, dovrebbe pagarmi la pubblicità).
A parte i miei scleri sul film resta poco altro da dire. D’altronde è fatto con un mare di sterotipi e luoghi comuni sull’arte, l’amore e l’Europa; poi uno pseudo-don giovannismo, un bacio saffico, qualche discorso pseudointelletuale, battute idiote e uno psicanalista.
Se volete vedere scene di sesso prendete un porno. Nel film non c’è nemmeno un orgasmo simulato ed anche i baci sono artificiali. La pellicola è adatta a post-trentenni in cerca di trasgressioni. Noi abbiamo bisogno di altro e di certo non di un film per avere un erezione.
E in un Paese che ha dato vita a personaggi come Ferreri, Bertolucci e Fellini un film come questo dovrebbe essere censurato.