Nouvelle Punk

Il cinema con le fender

Archivio per la categoria ‘KILLING TELEVISION’

Recensioni di film scaricati, copiati, comprati in Dvd, prestati da amici, visti o rivisti nostalgicamente in VHS e frammenti di cinema visti in tv e spezzoni di programmi televisivi

Dub Echoes di Bruno Natal

Pubblicato da unpopularpress su Ottobre 29, 2009

Una linea di basso cha ha cambiato la musica. Questo bel documentario racconta la nascita e l’evoluzione del dub, la musica giamaicana che ha gettato le fondamenta per gran parte della musica pop contemporanea.

 

Una raccolta di intervista e testimonianze di figure di spicco da Lee “Scratch” Perry a U-Roy  che aiutano a ricostruire un bell’affresco di un modo di fare musica che ha portato gli “ingegneri del suono” e i DJ a diventare artisti.

 

Una musica nata dai sintetizzatori, dal campionamento di album e canzoni non protette dal diritto d’autore. Una musica libera in continuo divenire che fa da sottofondo al battito cardiaco e che si trasforma in forma e colore anche in assenza di sostanze stupefacenti.

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Redacted di Brian De Palma (2007)

Pubblicato da unpopularpress su Ottobre 29, 2009

Redacted di Brian De Palma (2007)

Un film mai distribuito in Italia nonostante il Leone D’argento. Redacted è l’ultimo lavoro di Brian De Palma, datato 2007, e rappresenta ad oggi uno dei migliori esempi dimessa in discussione della verità dell’immagine. Mescolando insieme alcuni filmati reali tratti da Internet, alcune immagini dello scontro in Iraq, con filmati completamente ricostruiti ma filtrati attraverso un punto di vista “realistico” ovvero piccole telecamere digitali, riprese amatoriali, filmati tratti da telecamere di sorveglianza.

Il centro del racconto è lo stupro di una ragazza quindicenne e l’omicidio della stessa e di tutta la sua famiglia da parte di un gruppo di soldati americani. Ma il racconto è subirdinato ad un altro intento: la ricostruzione della verità riguardo ai fatti accaduti. Fin dall’inizio del film il regista fa pronunciare ad uno dei soldati una frase emblematica: Vuoi sapere chi sarà la vera vittima di questa guerra? La verita! In effeti, sul banco degli imputati per Brian De Palma finisce proprio la mistificazione e la manipolazione della verità attuata quotidianamente dai massa media nei confronti del conflitto iracheno.

Siamo qui agli antipodi della guerra in Vietnam o della Guerra del Golfo. In questo ultimo caso, soprattuto,  il conflitto poteva anche non essere mai avvenuto, come sosteneva Baudrillard perché le immagini stesse del conflitto provenivano da una sola fonte ufficiale: l’esrcito degli Stati Uniti. Nell’Iraq di oggi, invece, grazie all’avvento delle tecnologie digitali, il conflitto può essere ripreso costantemente sotto diversi punti di vista, ma può essere ugualmente mistificato dai mass media che diventano il portavoce di una verità univoca collegando il flusso delle diverse informazioni.

Brian De Palma, invece, cerca di rompere l’unicità della visione e cerca di restituire la molteplicità dei punti di vista interrogandosi sul potere dell’immagine e soprattuto il potere associativo ed evocativo del montaggio. La sua volontà decostruttiva è chiara fin dall’inizio, così come è chiaro la sua messa in discussione di ciò che sta accadendo in Iraq. Brian De Palma lo evoca attraverso un’immagine fortissima all’inizio del film: lo scorpione attaccato dalle formiche ripreso dalla telecamera amatoriale del soldato. De Palma restituisce così il dubbio sostanziale di questa guerra: sono veramente così innocenti le formiche? Ed è davvero poi così pericoloso questo scorpione?

Allo stesso tempo però l’immagine è una chiara citazione del film Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah, ripresa poi anche da Sergio Leone. Ed anche Peckinpah nel suo film si interrogava sulla stessa questione della differenza tra il bene e il male, sul limiti esistenti tra queste due categorie. E Brian De Palma sembra suggerire che il mito della frontiera si è solo spostato ad Est e gli indiani sembrano mascherati da musulmani.

Nel finale De Palma lascia scorrere alcune immagini di questa non guerra alternate con alcuni falsi fotografati da lui stesso durante le riprese del film. E il pardasso del film diventa inquietante poichè la verità assume un aspetto più surreale ed incredibile del falso.

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La lunga attesa del mezzogiorno

Pubblicato da unpopularpress su Ottobre 29, 2009

Mezzogiorno di fuoco di Fred Zimmerman (1952)

Tutto succede in un’ora e trenta di logorante attesa. Un matrimonio, quattro funerali, vecchie storie con prostitute che vengono a galla, un triangolo amoroso, una vendetta consumata dopo cinque anni, il tradimento di una vile comunità.

Mezzogiono di fuoco (1952) è la vita condensata in un’ora e trenta. Un’ora e trenta logorante e non di sfrenata avventura come il genere western ci ha da sempre abituato. Un’ora e trenta di attesa, di qualcosa che dovrà accadere, sempre più imminente e allo stesso tempo inarrivabile.

Il film di Fred Zinnemann lascia da parte il mito della fondazione americana, abbandonando così ogni immagine della frontiera. Non ci sono più terre promesse da conquistare, non ci sono più gli indiani cattivi da distruggere. C’è solo una sorta di desolazione, un cumulo di polvere all’interno di quel giardino che si è creato. Emerge così un rammarico, un senso di insoddisfazione per ciò che si è creato. In fondo, quello che sembra chiedersi lo sceriffo Will Kane (Gary Cooper) sembra proprio questo: ne è valsa la pena lottare per aiutare questa comunità se in cambio ne si ottiene solo diffidenza?

Sono gli anni della guerra fredda, la caccia alle streghe è già cominciata e lo sceneggiatore del film Carl Foreman stava vivendo lo stesso clima di sospetto per la sua vicinanza al comunismo. E come in America non si sparava al nemico, lo si escludeva, lo si teneva da parte per paura di essere invischiati o meglio non si collaborava con gli amici per paura, per timore o per sospetto.

Lo sceriffo Will Kane è comunque il capostipite dei personaggi che animeranno il futuro western crepuscolare. Personaggio dubbioso e indeciso, un eroe accidentale, insicuro delle proprie capacità e allo stesso tempo un personaggio crepuscolare,  non più giovane e nostalgico dei tempi andati, delle avventure passate.  Così come altrettanto forte resta l’immagine di questa giovane sposa che con freddezza uccide un uomo alle spalle perdendo la sua purezza non attraverso l’atto sessuale ma attraverso un omicidio a sangue freddo.

Capolavoro.

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Basta apparire!

Pubblicato da unpopularpress su Ottobre 19, 2009

Videocracy - Basta apparire di Erick Gandini (2009)

Videocracy - Basta apparire di Erick Gandini (2009)

Vista dall’interno l’Italia sembra un paese decadente. Vista con gli occhi di Erick Gandini, regista italiano naturalizzato svedese, sembra essere un paese già in decomposizione da diversi anni. In quattro storie Gandini osserva l’ascesa al potere di Silvio Berlusconi, il regno di Lele Mora, la fittizia favola di Fabrizio Corona (che si definisce un Robin Hood dei giorni nostri che ruba ai ricchi per dare a sé stesso)  e il percorso di uno degli incompresi di X Factor, uno di quelli che farebbe di tutto pur di apparire due minuti in televisione.

Il film non approfondisce nessuno degli aspetti drammatici apportati dalla “rivoluzione culturale”, a base di spogliarelliste  e idiozia, che le televisioni di Berlusconi da anni hanno innescato nel Paese e forse non è quello il suo compito. Lasciando solo la superficie piatta delle immagini televisive, infatti, il vuoto esistenziale emerge imperante, l’assenza si fa pesante e lascia trasalire un’atmosfera claustrofobica. E l’occhio del regista italo-svizzero può solo guardare questo mondo attraverso un punto di osservazione non privilegiato, imperfetto, scolorito e tremolante di una piccola telecamera. E forse è questo l’atto di ribellione più grande. Una forte presa di posizione nei confronti di una televisione troppo lustrata, artefatta, posticcia e iper-illuminata. Ed è proprio questo che piace del film.


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Maradona visto da Kusturica

Pubblicato da unpopularpress su Ottobre 18, 2009

Maradona di Emir Kusturica (2009)

Maradona di Emir Kusturica (2009)

Un genio assoluto del calcio visto dall’eclettico regista bosniaco. L’incontro tra la leggenda Diego Armando Maradona e Emir Kustiruca è uno scontro tra titani. Kusturica non è uno che si imbarazza facilmente eppure si avvicina a Maradona con un’insolita riverenza, se non una vera e propria devozione.

Del genio del calcio non c’è nessuna critica da parte di Kusturica, il suo film non è una analisi di uno dei personaggi più popolari del mondo calcistico o un’inchiesta di taglio giornalistico che possa scavare la vera identità dell’ enfant terrible argentino. Il film sembra si ferma in superficie, sul piano dell’immagine. È qui che Kusturica contempla il pibe de oro, attraverso quell’icona, quel simbolo di un’epoca che egli rappresenta. Per questo motivo, Kusturica ne può mostrare il suo lato rivoluzionario, quello di un vero leader che ha guidato un Paese del Terzo Mondo a vincere la Coppa del Mondo, o che ha portato la squadra del Napoli a segnare sei gol alla piemontese Juventus, realizzando i desideri dei suoi sostenitori, o che ha gridato alla Fifa siete voi i veri ladri!

Per Emir Kusturica Maradona non è solo uno dei più grandi giocatori di calcio al mondo ma è simbolo della provocazione, dell’irriverenza, dell’eccesso in ogni suo forma, un artista che disegna traiettorie balistiche impossibili, un poeta che attraversa spazi circoscritti riuscendo ad andare comunque fuori dagli schemi. E fuori dagli schemi del documentario ci finisce anche Kusturica che inserisce lunghi inserti di animazione che vedono Maradona sfidare i potenti della terra al ritmo di God Save the Queen dei Sex Pistols.

E come i punk, Maradona affascina anche per la sua tendenza autodistruttiva, per l’aver bruciato il suo talento e i suoi successi macchiandoli con la droga, quella cocaina che lo ha portato qualche anno fa vicinissimo alla morte. Eppure come le divinità Maradona rinasce e gli viene perdonato tutto e non sorprende oggi vederlo allenare la nazionale Argentina.

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KILLING TELEVISION: Santa Maradona di Marco Ponti (2001)

Pubblicato da unpopularpress su Agosto 17, 2009

Santa Maradona di Marco Ponti (2001)

Santa Maradona di Marco Ponti (2001)

Il cinismo irriverente di Bart (Libero de Rienzo) trasborda dal personaggio e colora una pellicola altrimenti decisamente sbiadita. Lo scambio di battute tra il ptrotagonista del film Andrea (Stefano Accorsi) e Bart è spesso sopra i toni, brillante, perfetto nel ritmo e nella puntualità delle gag.

Il film è coivolgente, forse per l’attualità dei temi trattati, e disegna in modo impeccabile una generazione di tardo-ventenni indecisi, spiazzati da un mondo troppo veloce per essere compreso. Ragazzi sempre in ritardo per scelta e mai ritardati, mai ritardatari. Forse rimandatari ma per niente rinunciatar una generazione spesso descritta e forse mai compresa.

Torino poi affascina per il suo assenteismo, per la sua presenza ossessiva nei suoni elettonici dei Motel Connction (progetto parallelo di Samuel dei Subsonica), per gli interni intasati e colorati, per i grandi palazzi che ospitano grandi marchi aziendali.

Assente è anche Maradona e il suo estro, la sua fantasia. Rimane un ricordo sbiadito e rimesso in onda da emittenti locali per riempire buchi di palinsesesto in noiose ore pomeridiane. Perchè i sogni del Bim bum bam economico sono lontani, portandosi via i colori delle emittenti private e lasciandoci la slavatura di un italia grigia e decadente.

Un film da vedere aleno una volta. Solo una volta.

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Molti sogni per le strade

Pubblicato da unpopularpress su Agosto 17, 2009

Molti sogni per le strade di MArio Camerini (1948)

Molti sogni per le strade di MArio Camerini (1948)

Molti sogni per le strade. Mentre le case sono prive di cibo.

Sono gli anni del secondo dopoguerra e la vita è sempre più difficile, così come difficile è trovare un modo per sbarcare il lunario. Il giovane Paolo (Massimo Girotti) ci prova in tutti modi ma, sempre più pressato dalla moglie (Anna Magnani) finisce per trovare nel furto di un’auto la soluzione ai suoi problemi.

L’auto in questione è di un ricco industriale milanese a cui Paolo ha chiesto un lavoro ricevendo  in cambio l’elemosina di 100 lire. Dunque alla necessità economica impellente si affianca l’umiliazione che ferisce l’orgoglio di Paolo.

In effetti la dignità resta una caratteristica più volte sottolineata dai film “neorealisti”, la dignità che fece risorgere gli italiani e li portò al boom economico degli anni ‘50. Una dignità che era l’accettazione non rassegnata di una misera condizione, una voglia di riscatto che mai aveva permesso agli italiani di abbandonarsi alla dipserazione.

Il film sottolinea anche la solidarietà che si poteva ancora trovare a Roma, quello spirito collaborativo che permetteva di reggersi a vicenda, di non affondare.

E Mario Camerini resta un maestro del cinema che disegna questo piccolo ritratto lasciando che siano i gesti e i sentimenti a predominare sulla forma.

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Eran 300 eran giovani e forti e sono morti

Pubblicato da unpopularpress su Agosto 17, 2009

300 di Max Snyder (2007)

300 di Zack Snyder (2007)

Violento e tragicamente irreale il film sulla battaglia delle Termopili, tratto dalla graphic novel di Frank Miller, è una rilettura in chiave fantasy dello scontro tra spartani e persiani.

A metà tra un fumetto ed un enorme videogame il film riesce a trasportati nell’atmosfera alienata e fulgida della computer grafica evitando le fedeli ricostruzioni storiche sin dall’utilizzo dei costrumi.

In questa atmosfera a-reale e intrisa di violenza viene però messa in luce una visione degli Spartani realmente affascinante, non solo spietati, rozzi e sanguinari guerrieri ma anche leali compagni, uomini che difendono la loro libertà e la loro terra e preferiscono la morte alla schiavitù.

Lasciando da parte il militarismo che il film esalta, resta un film visivamente interessante e di difficile interpretazione.

Scheda

Titolo: 300

NAzione: USA

Anno: 2007

Genere: Azione, Guerra, avventura

Durata: 116′

Sito ufficiale: www.300themovie.warnerbros.com

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Riposino in pace

Pubblicato da unpopularpress su Agosto 11, 2009

Requiescant (1967) di Carlo Lizzani

Requiescant (1967) di Carlo Lizzani

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Per gli amanti del cosiddetto spaghetti-western Requiescant (1967) di Carlo Lizzani, è un vero e proprio cult.  Il film racconta la storia di un  giovane vendicatore senza nome che gira l’America in cerca della sua sorellastra, Princy. Il ragazzo, soprannominato “Requiescant” per aver pronunciato la formula “requiescant in pace” nel dare l’estremo saluto a due rapinatori uccisi durante un attacco alla diligenza, ritrova la sorellastra in un saloon costretta a prostituirsi. Dopo aver liberato la ragazza, il giovane “predicatore” riscopre le sue origini e si ritrova a capo della rivolta dei messicani che lottano per la propria libertà contro gli spietati latifondisti americani, ed ha la possibilità di riscattare l’omicidio dei suoi genitori avvenuto durante uno spietato massacro.

Il massacro in questione ci viene presentato all’inizio del film, un vero e proprio eccidio di donne e bambini, crudo e violento come quello che qualche anno più tardi ci verrà presentato da Sam Peckinpah ne Il Mucchio selvaggio. Nessun paragone stilistico tra i due, ovvio, ma forse Peckinpah deve decisamente di più al western “all’italiana” di quanto abbia mai ammesso.

Magistrale comunque resta la costruzione del personaggio di Requiescant, interpretato da Lou Castel. Il vendicatore solitario e senza nome, che ritroveremo in molti western degli anni ’70, è armato di una colt e di una bibbia, na sorta di “predicatore” impacciato che nasconde uno spietato assassino, un abile pistolero dal sangue freddo.  Da sottolineare poi l’inaspettata interpretazione di Pier Paolo Pasolini nel ruolo di Don Juan, il pastore-rivoluzionario messicano che guida il gruppo di contadini schiavi a ribellarsi al padrone latifondista.

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Firewall: evita l’accesso

Pubblicato da unpopularpress su Agosto 10, 2009

Firewall: accesso negato (2006)

Firewall: accesso negato (2006)

Il film di Richard Loncraine risulta un thriller banale e scontato, privo di colpi di scena e di ogni minimo segnale umano; i personaggi, infatti,  sembrano un cumulo di fantocci che sponsorizzano tecnologie.

Per il resto il film è piatto, senza colpi di scena e procede aritimicamente senza scossoni. E come in ogni buon film americano che si rispetti, le disavventure della famiglia protagonista finiscono per sembrare un lungo e affascinante diversivo alla noia della periferai altoborghese.

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