Spesso i critici mi accusano dicendo che nei film non sono altro che me stesso. Ma essere se stessi è molto più difficile di quanto pensiate 4 months ago
E non mi dire che non mi conosci più, che ti sei dimenticato. Non mi dire che non ti ricordi più... 4 months ago
Il racconto di Marjane, ormai adulta e in partenza verso la Francia, per sfuggire ancora da un Paese opprimente e desolante, è ricco di particolari e continua a vivere al di là del tratto del disegno e oltre lo schermo come pura energia, come puro atto di ribellione.
La voglia di vivere di Marjane finisce per coinvolgere ogni elemento della sua biografia dando luce ed energia ad immagini lasciate scolorire dal revisionismo storico e da una Rivoluzione Islamica che ha cercato di annullare il corpo e l’anima della donna, come forse ogni tipo di relgione.
E cosi l’energica bambina diventa una adolescente punk che indossa un giubbotto con la scritta “Punk is not dead” sotto il burka e per il suo atteggiamento ribelle al regime si mette ripetutamente in difficoltà e per questo spedita a Vienna dai genitori per frequentare il liceo.
A Vienna, Marjane scopre l’occidente, i gruppi punk, gli amori, le droghe, la depressione, i supermercati con gli scaffali stracolmi di prodotti. Insomma l’Europa in tutti i suoi aspetti. Resta la paura di perdere le proprie origini, quel senso di angoscia nell’essersi messa in salvo mentre tutti i suoi connazionali e la propria famiglia erano nel bel mezzo di una guerra.
Ed un nuovo ritorno a casa. Una guerra finita ma che ha lasciato ferite profonde nella popolazione e il controllo asfissiante, opprimente e invadente del regime. Marjane prova ad integrasi ma finirà per scegliere la propria integrità e la propia libertà.
Raccontare la propria storia diventa così un atto dovuto alla propria patria, alla propria famiglia, a Bakunin, a Dio alla popolazione umana tutta, ai propri cari. E la storia della Satrapi è un inno alla vita, un prolungato canto di libertà che è dolce ascoltare, una ninna nanna punk.
Un gran bel documentario di Peter Joseph sull’errore di sistema della nostra attuale economia basata sul denaro. Un attenta analisi sulla truffa attuata dalla Banca Mondiale e la conseguente schiavitù della popolazione per saldare questo debito generato all’interno dell’economia mondiale.
Il film non risparmia attacchi alle corporazione econmiche che sostengono un’economia basata sulla scarsità e l’impoverimento di gran parte della popolazione mondiale ed ancora l’inutilità della politica, gli interessi economici che sottendono le guerre, i danni provocati all’ambiente, l’anti-terrorismo utilizzato come modalità per difendere l’establishment.
E infine uno sviluppo sostenibile e la prospettiva di un’umanità non più basata sullo sciacallaggio tra gli esseri umani dettato dagli interessi economici ma da il considerarsi tutti facenti parti di una stessa unità la cui finalità è il bnessere di tutti.
Una poesia.
Il film è free su google video ed altri siti nel web
Stasera con un ritardo mostruso rispetto al resto del pianeta ho scoperto il sito Vedogratis. Il sito contiene un motore di ricerca specializzato oltre che migliaia di titoli per tutti i palati.
Basta cliccare sulla locandina del film e la visione avrà inizio…
Con I clowns Fellini ripropone uno dei suoi temi preferiti: il circo. E questo film, anche se girato per la televisione, mi sembra racchiudere un po’ tutta la visione cinematografica del regista.
Il film è un omaggio alla tradizione circense e alla figura del clowns, rapsodo malinconico e girovago ormai destinato a sparire. E la nostalgia è il sentimento che percorre tutto il racconto, sin dall’inizio, in quel ricordo infantile che apre il film.
E il clown diventa uno strumento attraverso cui rappresentare la provincia italiana e gli strani personaggi che la popolano, in uno scenario bizzarro e affascinante.
Ma il film di Fellini mi sembra omaggiare l’artificio o l’artificiosità della comicità del clown. Il suo essere espressamente e volutamente innaturale, scontato, eccessivo, anacronistico. Così come lo è il cinema di Fellini, volutamente forzato, esagerato, saturo di immaginazione, palesemente barocco e poticamente bizzarro.
Ed anche la pratica metacinematografica (o in questo caso metatelevisiva) mi sembra un omaggio all’artificio, o meglio all’esposizione dell’artificio come mezzo utilizzato da Fellini per raggiungere la vera poesia.
E guardare Fellini continua ad affascinare, entusiasmare e commuovere, poiché la sua poesia è lì, anche quando cala il sipario, perché basta uno squillo di tromba per far tornare in vita un clown.