SEMBENE OUSMANE: Quando ci saranno molti cineasti africani, i cineasti europei continueranno a fare film sull’Africa?
JEAN ROUCH: Dipenderà da molti fattori, ma per ora il mio punto di vista è questo; penso che portare l’occhio dello straniero sia al tempo stesso un vantaggio e un inconveniente. La nozione stessa di etnologia si basa sull’idea che un uomo, messo dinanzi a una cultura che gli è estranea, può vedere cose che chi è all’interno di quella stessa cultura non vede.
S. O.: Hai detto «vedere». Ma nell’ambito del cinema «vedere» non basta, bisogna analizzare. A me interessa ciò che sta prima e ciò che sta dopo quel che si vede. Scusami, ma quel che non mi piace dell’etnografia è che non basta dire che l’uomo, che vediamo, cammina, ma bisogna sapere da dove viene e dove va…
J. R.: Su questo punto hai ragione, infatti non siamo ancora arrivati a completare la nostra conoscenza. Quel che credo, dopo tutto, è che per studiare la cultura francese, l’etnologia che si dedica alla Francia dovrebbe essere praticata da persone straniere. Se si vuole studiare l’Auvergne o la Lozère, bisognerebbe essere Bretoni. Il mio sogno è che gli africani facciano dei film sulla cultura francese. Del resto, avete già incominciato. Quando Paulin Vieyra ha girato Afrique-sur-Seine, il suo proposito era innanzitutto quello di far vedere degli studenti africani, ma li ha mostrati a Parigi e, in qualche modo, ha parlato anche della città. Potrebbe esserci un dialogo e voi potreste mostrarci ciò che noi siamo incapaci di vedere. Sono sicuro che Parigi o Marsiglia viste da Sembène Ousmane non sono la mia Parigi, né la mia Marsiglia; penso che non abbiano niente in comune.
S. O.: C’è un film tuo che amo, che ho difeso e che continuerò a difendere,si tratta di Moi, un noir. In linea di principio avrebbe potuto essere girato da un africano, ma all’epoca nessuno di noi si trovava nelle condizioni di farlo. Credo che bisognerebbe girare il seguito di Moi un noir. Continuare – ci penso sempre- la storia di quel ragazzo che dopo l’Indocina (non avendo trovato lavoro) finisce in prigione. Dopo l’indipendenza, che ne sarà di lui? Sarà cambiato qualcosa? Io non credo. Un dettaglio: quel ragazzo aveva il suo diploma, oggi accade che la maggior parte dei giovani delinquenti abbiamo un diploma. L’istruzione non serve più, non permette loro di cavarsela normalmente. [..] Insomma, penso che fino a oggi ci sono due film che contano sull’Africa: il tuo Moi, un noir e Come Back Africa di Lionel Rogosin, che tu non ami. E infine un terzo, Les Statues meurent aussi di Alain Resnais e Chris Marker.
J. R.: Vorrei che mi dicessi perché non ami i miei film puramente etnografici, quelli nei quali si fa vedere, per esempio, la vita tradizionale.
S. O.: Perché vi si mostra una realtà senza vederne l’evoluzione. Quel che rimprovero agli etnologi,, come agli africanisti, è di guardarci come fossimo insetti…
J. R.: Come avrebbe fatto Fabre… prenderò le difese degli africanisti. È ben inteso che possiamo accusarli di guardare gli uomini neri come degli insetti. Ma è come se fossero dei Fabre che scoprono presso le formiche una cultura equivalente, della stessa portata della loro.
S. O.: Spesso i film etnografici ci hanno nuociuto…
J. R.: Questo è vero, ma è colpa degli autori, perché spesso abbiamo lavorato male. Ciò non toglie che oggi possiamo fornirne delle testimonianze. Sai bene che in Africa esiste una cultura rituale che sta scomparendo: i griot muoiono. Bisogna raccogliere le ultime tracce ancora viventi di questa cultura. Non voglio dire che gli africanisti siano dei santi, ma piuttosto delle specie di sventurati monaci che si dedicano a raccogliere le briciole di una cultura fondata sulla tradizione orale che sta scomparendo, una cultura che mi sembra d’importanza fondamentale.
S. O.: Ma gli etnografi non raccolgono solo i racconti e le leggende dei griot. Non si limitano a spiegare il significato delle maschere africane. Prendiamo ad esempio il tuo film Les Files de l’eau. Penso che molti spettatori europei non abbiano capito nulla, perché questi riti d’iniziazione non hanno nessun senso per loro. Trovavano forse il film bello, ma non imparavano niente.
J.R.: Mentre giravo questo film, pensavo che gli spettatori europei avrebbero superato il vecchio stereotipo che vuole vedere i neri come selvaggi. Volevo mostrare semplicemente che il fatto che un popolo non partecipi a una civilizzazione scritta non significa che non possa pensare.
C’è anche il caso di Les Maitres fous, uno dei miei film che è stato oggetto di discussioni accanite con gli amici africani. A mio parere, il film è una testimonianza di come gli africani che mostro nel film, una volta usciti dal loro ambiente, si distacchino spontaneamente dall’ambiente europeo, cittadino e industriale, facendone una rappresentazione.
Credo che in effetti ci siano dei problemi nella distribuzione di questi film. Una volta a Philadelphia ho mostrato il film a un congresso di antropologi. Una signora è venuta a cercarmi e mi ha chiesto se poteva averne una copia, perché veniva dal sud degli Stati Uniti e voleva mostrare attraverso il mio film… come i Neri fossero dei selvaggi…
Ho rifiutato. Vedi che ti ho dato un argomento.
In accordo con i produttori abbiamo riservato la distribuzione del film nelle sale d’essai e nei cineclub. Penso che non si possano mostrare questi film a un pubblico troppo vasto e non informato senza prevedere una presentazione o una spiegazione.
Nello stesso tempo credo che la gente di Les Maitres fous, attraverso quella cerimonia così particolare, arricchisca la cultura mondiale con un supplemento di cultura primordiale.
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