Nouvelle Punk

Il cinema con le fender

Archivio per Maggio 2009

(Ec)CITAZIONI: Buffalo Bill e gli Indiani di Rober Altman (1976)

Pubblicato da unpopularpress su Maggio 30, 2009

Sappi che prima della verità viene la Storia.

Buffalo Bill (Paul Newman) a Annie Oakley (Geraldine Chaplin)


– Toro seduto dice che la Storia non è altro che irriverenza per i morti.

William Halsey, l’interprete di Toro Seduto (Will Sampson).

L’industria dello spettacolo prospera quando il mondo va male.

Ned Buntline (Burt Lancaster)

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SCHEDA FILM: Buffalo Bill e gli indiani

Pubblicato da unpopularpress su Maggio 30, 2009

Buffalo Bill e gli indiani di Robert Altman

Buffalo Bill e gli indiani di Robert Altman

Titolo originale: Buffalo Bill and the Indians

Regia: Robert ALtman

soggetto: Arthur Kopit (tratto dalla sua commedia)

Sceneggiatura: Robert Altman e Alan Rudolph

Fotografia: Paul Lohmann

Montaggio: Peter Aplleton e Dennis HIll

Scenografia: Tony Masters

Musica: Richard Baskin

Montaggio del suono: William Sawyer, Richard Oswald

Fonici: Jim Webb e Chris McLaughlin

produttore: Dino De Laurentis

distribuzione: United Artists

durata: 124′

Genere: Satirico

Cast:
Paul Newman (W.F. Cody detto Buffalo Bill)
Joel Grey (impresario Nate Salsbury)
Burt Lancaster (Ned Buntline)
Kevin McCarthy (il pubblicista, maggiore “Arizona” John Burke)
Harvey Keitel (Ed Goodman)
Allan Nicholls (il giornalista, col. Prentiss Ingraham)
Geraldine Chaplin (Annie Oakley)
John Considine (il mager di Annie, Frank Butler)
Robert Doqui (il domatore di cavalli, Osborne Dart)
Mike Kaplan (il tesoriere, Jules Keen)
Bert Remsen (il barista Crutch)
Bonnie Leaders (il mezzocontralto MArgaret)
Noelle Rogers (soprano Lucille Du Charmes)
Denver Pyle (L’agente indiano William Halsley)
Pat McCormik (presidente Usa, Grover Cleveland)
Shelly Duvall (la first Lady, Frances Folsom Cleveland)
Humphrey Gratz (vecchio soldato)
E.L. Doctorow (segretario del presidente
indiani della Stoney Reserve di Alberta in Canada (nella parte degli indiani feroci)

Trama:

Ned Buntline, autore della leggenda e dello spettacolo su Buffalo Bill spietato killer di pellerossa (in realtà un semplice cacciatore di bisonti) è stato ormai estromesso. Infatti Cody gestisce da solo lo spettacolo “Selvaggio West”.  Per rendere lo show ancora più interessante Cody decide di ingaggiare il capo indiano Toro Seduto, che poi si rileverà essere molto meno minaccioso e imponente di quello che si poteva immaginare.  Tuttavia il capo indiano è molto astuto ed approfitta dell’occasione per riscrivere la verità sui fatti realmente accaduti. Ma come sostiene lo sesso Buffalo Bill all’interno del film: “Prima della verità viene la Storia”. Un mattino gli indiani, che intanto allogiavano accanto al circo, spariscono e Buffalo Bill con un gruppo di uomini parte alla ricerca ma non riesce a trovarli. Tornati spontaneamente al campo, gli indiani prenderanno parte allo show allestito per il Presidente degli Stati Uniti, Glover Cleveland. Dopo lo spettacolo Toro Seduto chiede udienza al Presidente cercando di esporre invano delle richieste. Nel corso della notte Toro Seduto perderà la vita durante un agguato. e il suo fantasma apparirà a Buffalo Bill che intratterà con lui un delirante dialogo.

Note:

Orso d’oro al Festival di BErlino del 1976

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CINESAGGI: Lev Manovich

Pubblicato da unpopularpress su Maggio 18, 2009

Il linguaggio dei nuovi media

Il linguaggio dei nuovi media

Come già osservato, il problema oggi non è più creare l’immagine giusta ma trovarne una già esistente.

Lev Manovich, Il linguaggio dei nuovi media, Edizioni Olivare, Milano 2002, p. 360

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CINEWRITER: Lev Manovich

Pubblicato da unpopularpress su Maggio 18, 2009

Lev MAnovich

Lev MAnovich

Il cinema si è sempre basato sul campionamento: il sampling del tempo. Il cinema campionava il tempo 24 volte al secondo. Per questo possiamo affermare che il cinema ci ha preparato all’arrivo dei nuovi media. Bastava quindi prendere quella rappresentazione già discontinua e quantificarla. Ma questa è una fase puramente meccanica. Il cinema ha saputo realizzare un salto concettuale molto più difficile, il passaggio dal continuo al discontinuo.

Lev Manovich, Il linguaggio dei nuovi media, Edizioni Olivares, Milano 2002, p. 73

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CINEWRITER: Tin Min-Ha

Pubblicato da unpopularpress su Maggio 18, 2009

C’è una tendenza a teorizzare sul cinema, a intendere la teoria come un’attività e il far cinema come un’altra, che puoi collegare a una teoria […]. Quando uno comincia a teorizzare sul cinema, uno comincia a chiudere il campo; diventa un campo di esperti in cui l’accesso è ottenuto attraverso la conoscenza accademica di un corpus delimitato di film “classici” e di modalità legittimate di leggere e parlare dei film. Questo è l’aspetto che trovo più sterile nella teoria. Per me è sempre necessario tenere a mente che non si può teorizzare sul cinema, ma solo con il cinema. È così che può rimanere aperto.

Tinh Minh-Ha

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Cinewriter: Djibril Diop Mambety

Pubblicato da unpopularpress su Maggio 18, 2009

Diop Mambety

Diop Mambety

Uno deve scegliere tra impegnarsi in una ricerca stilistica o sulla mera registrazione dei fatti. Io penso che un regista debba andare al di là della registrazione dei fatti. Inoltre, io penso che gli africani, in particolare, debbano reinventare il cinema sarà un compito difficile perché il nostro pubblico è abituato ad uno specifico linguaggio cinematografico, ma dobbiamo fare una scelta: o si è molto popolari e si parla alla gente in un modo semplice e chiaro, oppure si cerca un linguaggio filmico africano che metta da parte la chiacchiera e si focalizzi più su come far uso delle immagini e dei suoni.

Djibril Diop Mambety

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Anteprima: Soffocare di Clark Gregg dal 13 maggio in Italia

Pubblicato da unpopularpress su Maggio 12, 2009

Soffocare di Clark Gregg (2008)

Soffocare di Clark Gregg (2008)

Gli americani se ne sono accorti, finalmente, che il best-seller Soffocare (Choke) di Chuck Palahniuk era una storia da girare. Lo ha fatto l’attore Clark Gregg che per la prima volta è passato dietro la telecamera.

Il film ha ricevuto il Premio speciale della Giuria al Sundance Film Festival e dal 13 maggio sbarca in anteprima nelle sale italiane.

Così dopo il magnifico adattamento di Fight Club da parte di David Fincher, ritorna sullo schermo una storia di Pahlaniuk che questa volta ci mostra la vita di uno studente di medicina, Victor, sessodipendente che utilizza il soffocamente come uno stratagemma per trovare una sussistenza economica e per intessere nuove relazioni sociali.

Il libro è un vero capolavoro, per il film invece restano altri due giorni di attesa.

Vi lascio con il trailer italiano e una frase tratta dal libro di Palahniuk.

È un po’ inquietante però eccoci qui: i Padri Pellegrini, gli scoppiati della nostra epoca. Cerchiamo di creare la nostra realtà alternativa. Di costruire un mondo partendo dalle pietre e dal caos. Cosa ne verrà fuori, non ne ho idea. E dopo tanto correre di qua e di là, eccoci qui: nel cuore del nulla e della notte. E forse saperlo serve a poco. Qui, in mezzo alle rovine e al buio, quello che stiamo costruendo potrebbe essere qualsiasi cosa.

da  Soffocare di Chuck Palahniuk

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CINEFESTIVAL: Tekfestival ‘09 ai confini del mondo… dentro l’occidente.

Pubblicato da unpopularpress su Maggio 4, 2009

Logo tekfestival 09

Logo tekfestival 09

Dal 7 all’11 maggio presso il Nuovo Cinema Aquila di Roma si terrà l’VIII edizione del Tekfestival.

Oltre alla sezioni Eventi speciali e il Concorso Doc Italiano, il programma è diviso in diverse sezioni tra cui:

- La Rassegna di Cinema delle donne che ommaggia la regista Helke Sander.

- Pericolosamente ad Est propone una riflessione sulla cinematograia dei Paesi dell’es.

- Agender che propone tematiche legate alla politica dei corpi.

- Banda Larga che indaga tematiche riguardanti l’universo giovanile.

- Panorami internazionali che presenta film che analizzano gli stili di vita nei diversi paesi del mondo.

Questo e tanto altro in questi 5 giorni intensi di visioni. Per maggiori informazioni e per il programma completo consultare il sito ufficiale del Tekfestival.

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CINESAGGI: L’incontro tra Sembéne Ousmane e Jean Rouch

Pubblicato da unpopularpress su Maggio 3, 2009

SEMBENE OUSMANE: Quando ci saranno molti cineasti africani, i cineasti europei continueranno a fare film sull’Africa?


JEAN ROUCH: Dipenderà da molti fattori, ma per ora il mio punto di vista è questo; penso che portare l’occhio dello straniero sia al tempo stesso un vantaggio e un inconveniente. La nozione stessa di etnologia si basa sull’idea che un uomo, messo dinanzi a una cultura che gli è estranea, può vedere cose che chi è all’interno di quella stessa cultura non vede.


S. O.: Hai detto «vedere». Ma nell’ambito del cinema «vedere» non basta, bisogna analizzare. A me interessa ciò che sta prima e ciò che sta dopo quel che si vede. Scusami, ma quel che non mi piace dell’etnografia è che non basta dire che l’uomo, che vediamo, cammina, ma bisogna sapere da dove viene e dove va…


J. R.: Su questo punto hai ragione, infatti non siamo ancora arrivati a completare la nostra conoscenza. Quel che credo, dopo tutto, è che per studiare la cultura francese, l’etnologia che si dedica alla Francia dovrebbe essere praticata da persone straniere. Se si vuole studiare l’Auvergne o la Lozère, bisognerebbe essere Bretoni. Il mio sogno è che gli africani facciano dei film sulla cultura francese. Del resto, avete già incominciato. Quando Paulin Vieyra ha girato Afrique-sur-Seine, il suo proposito era innanzitutto quello di far vedere degli studenti africani, ma li ha mostrati a Parigi e, in qualche modo, ha parlato anche della città. Potrebbe esserci un dialogo e voi potreste mostrarci ciò che noi siamo incapaci di vedere. Sono sicuro che Parigi o Marsiglia viste da Sembène Ousmane non sono la mia Parigi, né la mia Marsiglia; penso che non abbiano niente in comune.


S. O.: C’è un film tuo che amo, che ho difeso e che continuerò a difendere,si tratta di Moi, un noir. In linea di principio avrebbe potuto essere girato da un africano, ma all’epoca nessuno di noi si trovava nelle condizioni di farlo. Credo che bisognerebbe girare il seguito di Moi un noir. Continuare – ci penso sempre- la storia di quel ragazzo che dopo l’Indocina (non avendo trovato lavoro) finisce in prigione. Dopo l’indipendenza, che ne sarà di lui? Sarà cambiato qualcosa? Io non credo. Un dettaglio: quel ragazzo aveva il suo diploma, oggi accade che la maggior parte dei giovani delinquenti abbiamo un diploma. L’istruzione non serve più, non permette loro di cavarsela normalmente. [..] Insomma, penso che fino a oggi ci sono due film che contano sull’Africa: il tuo Moi, un noir e Come Back Africa di Lionel Rogosin, che tu non ami. E infine un terzo, Les Statues meurent aussi di Alain Resnais e Chris Marker.


J. R.: Vorrei che mi dicessi perché non ami i miei film puramente etnografici, quelli nei quali si fa vedere, per esempio, la vita tradizionale.


S. O.: Perché vi si mostra una realtà senza vederne l’evoluzione. Quel che rimprovero agli etnologi,, come agli africanisti, è di guardarci come fossimo insetti…


J. R.: Come avrebbe fatto Fabre… prenderò le difese degli africanisti. È ben inteso che possiamo accusarli di guardare gli uomini neri come degli insetti. Ma è come se fossero dei Fabre che scoprono presso le formiche una cultura equivalente, della stessa portata della loro.


S. O.: Spesso i film etnografici ci hanno nuociuto…


J. R.: Questo è vero, ma è colpa degli autori, perché spesso abbiamo lavorato male. Ciò non toglie che oggi possiamo fornirne delle testimonianze. Sai bene che in Africa esiste una cultura rituale che sta scomparendo: i griot muoiono. Bisogna raccogliere le ultime tracce ancora viventi di questa cultura. Non voglio dire che gli africanisti siano dei santi, ma piuttosto delle specie di sventurati monaci che si dedicano a raccogliere le briciole di una cultura fondata sulla tradizione orale che sta scomparendo, una cultura che mi sembra d’importanza fondamentale.


S. O.: Ma gli etnografi non raccolgono solo i racconti e le leggende dei griot. Non si limitano a spiegare il significato delle maschere africane. Prendiamo ad esempio il tuo film Les Files de l’eau. Penso che molti spettatori europei non abbiano capito nulla, perché questi riti d’iniziazione non hanno nessun senso per loro. Trovavano forse il film bello, ma non imparavano niente.


J.R.: Mentre giravo questo film, pensavo che gli spettatori europei avrebbero superato il vecchio stereotipo che vuole vedere i neri come selvaggi. Volevo mostrare semplicemente che il fatto che un popolo non partecipi a una civilizzazione scritta non significa che non possa pensare.

C’è anche il caso di Les Maitres fous, uno dei miei film che è stato oggetto di discussioni accanite con gli amici africani. A mio parere, il film è una testimonianza di come gli africani che mostro nel film, una volta usciti dal loro ambiente, si distacchino spontaneamente dall’ambiente europeo, cittadino e industriale, facendone una rappresentazione.

Credo che in effetti ci siano dei problemi nella distribuzione di questi film. Una volta a Philadelphia ho mostrato il film a un congresso di antropologi. Una signora è venuta a cercarmi e mi ha chiesto se poteva averne una copia, perché veniva dal sud degli Stati Uniti e voleva mostrare attraverso il mio film… come i Neri fossero dei selvaggi…

Ho rifiutato. Vedi che ti ho dato un argomento.

In accordo con i produttori abbiamo riservato la distribuzione del film nelle sale d’essai e nei cineclub. Penso che non si possano mostrare questi film a un pubblico troppo vasto e non informato senza prevedere una presentazione o una spiegazione.

Nello stesso tempo credo che la gente di Les Maitres fous, attraverso quella cerimonia così particolare, arricchisca la cultura mondiale con un supplemento di cultura primordiale.

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KILLINGTELEVISION: GineVraio

Pubblicato da unpopularpress su Maggio 2, 2009

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