Nouvelle Punk

Il cinema con le fender

Generazione “Né Né”

Pubblicato da unpopularpress su febbraio 9, 2010

Siamo nelle mani di una autentica e genuina generazione “né-né”. Non mi riferisco ai giovani che non hanno né un lavoro né un beneficio e spremono la sopravvivenza dai loro progenitori. Non parlo nemmeno degli universitari che, terminati gli studi, non trovano né un lavoro degno né una misera opportunità per dimostrare le proprie qualità, né quelle che possiedono né quelle che potrebbero acquisire nel loro lavoro, per non parlare dei disoccupati che non vedono né presente né futuro per loro e per i loro cari.

Allo stesso modo non sarebbe giusto battezzare in questo modo i pensionati che non possono né esprimere un’opinione né fare nulla per evitare il disastro che si avvicina, né lo spagnolo medio che non riesce ad arrivare a fine mese né ha paura di battersi per questo.

I veri né-né che ci conducono alla povertà sono i gruppi corporativi che non hanno né scrupoli né vergogna. Davanti a loro si piazza una casta politica che né sa cosa significa lavorare per il bene comune né ha voglia di scoprirlo. Maledette creature senza cuore né cognizione che non possono né desiderano migliorare la vita del popolo. Vampiri che pensano solo a proteggersi lo stipendio e pensionamenti oltraggiosi, dimostrando un volto sul quale non appare né il senno né il pudore.

Subito dopo, incontriamo gli assessori e i parassiti del popoli milionari che non lavorano né svolgono i loro compiti che giustificherebbe per lo meno la loro esistenza. Se poi continuiamo la lista con gli speculatori, alcuni insensibili banchieri e altri esploratori del nulla che non mostrano né umanità né solidarietà nel loro comportamento, abbiamo terminato la generazione “Né-Né” di cui non abbiamo bisogno né per vivere, né per tirare avanti.

Non dovremmo permettere né che ci distruggano né che ci umilino tutti i giorn.

Lettera pubblicata su “El Pais” del 9 febbraio 2010, scritta da Tomàs Solinas Garcìa. Alicante

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Il viaggio di Charles Baudelaire…

Pubblicato da unpopularpress su febbraio 6, 2010

Il viaggio


A Maxime Du Camp

Per il ragazzo, amante delle mappe e delle stampe,
l’universo è pari al suo smisurato appetito.
Com’è grande il mondo al lume delle lampade!
Com’è piccolo il mondo agli occhi del ricordo!

Un mattino partiamo, il cervello in fiamme,
il cuore gonfio di rancori e desideri amari,
e andiamo, al ritmo delle onde, cullando
il nostro infinito sull’infinito dei mari:

c’è chi è lieto di fuggire una patria infame;
altri, l’orrore dei propri natali, e alcuni,
astrologhi annegati negli occhi d’una donna,
la Circe tirannica dai subdoli profumi.

Per non esser mutati in bestie, s’inebriano
di spazio e luce e di cieli ardenti come braci;
il gelo che li morde, i soli che li abbronzano,
cancellano lentamente la traccia dei baci.

Ma i veri viaggiatori partono per partire;
cuori leggeri, s’allontanano come palloni,
al loro destino mai cercano di sfuggire,
e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!

I loro desideri hanno la forma delle nuvole,
e, come un coscritto sogna il cannone,
sognano voluttà vaste, ignote, mutevoli
di cui lo spirito umano non conosce il nome!

II

Imitiamo, orrore! nei salti e nella danza
la palla e la trottola; la Curiosità, Angelo
crudele che fa ruotare gli astri con la sferza,
anche nel sonno ci ossessiona e ci voltola.

Destino singolare in cui la meta si sposta;
se non è in alcun luogo, può essere dappertutto;
l’Uomo, la cui speranza non è mai esausta,
per potersi riposare corre come un matto!

L’anima è un veliero che cerca la sua Icaria;
una voce sul ponte: «Occhio! Fa’ attenzione!»
Dalla coffa un’altra voce, ardente e visionaria:
«Amore… gioia… gloria!» È uno scoglio, maledizione!

Ogni isolotto avvistato dall’uomo di vedetta
è un Eldorado promesso dal Destino;
ma la Fantasia, che un’orgia subito s’aspetta,
non trova che un frangente alla luce del mattino.

Povero innamorato di terre chimeriche!
Bisognerà incatenarti e buttarti a mare,
marinaio ubriaco, scopritore d’Americhe
il cui miraggio fa l’abisso più amaro?

Così il vecchio vagabondo cammina nel fango
sognando paradisi sfavillanti col naso in aria;
il suo sguardo stregato scopre una Capua
ovunque una candela illumini una topaia

III

Strabilianti viaggiatori! Quali nobili storie
leggiamo nei vostri occhi profondi come il mare!
Mostrateci gli scrigni delle vostre ricche memorie,
quei magnifici gioielli fatti di stelle e di etere.

III

Vogliamo navigare senza vapore e senza vele!
Per distrarci dal tedio delle nostre prigioni,
fate scorrere sui nostri spiriti, tesi come tele,
i vostri ricordi incorniciati d’orizzonti.

Diteci, che avete visto?

IV

«Abbiamo visto astri
e flutti; abbiamo visto anche distese di sabbia;
e malgrado sorprese e improvvisi disastri,
molte volte ci siamo annoiati, come qui.

La gloria del sole sopra il violaceo mare,
la gloria delle città nel sole morente,
accendevano nei nostri cuori un inquieto ardore
di tuffarci in un cielo dal riflesso seducente.

Le più ricche città, i più vasti paesaggi,
non possedevano mai gl’incanti misteriosi
di quelli che il caso creava con le nuvole.
E sempre il desiderio ci rendeva pensosi!

- Il godimento dà al desiderio più forza.
Desiderio, vecchio albero che il piacere concima,
mentre s’ingrossa e s’indurisce la tua scorza,
verso il sole si tendono i rami della tua cima!

Crescerai sempre, grande albero più vivace
del cipresso? – Eppure con scrupolo abbiamo
raccolto qualche schizzo per l’album vorace
di chi adora tutto ciò che vien da lontano!

Abbiamo salutato idoli dal volto proboscidato;
troni tempestati di gemme luminose;
palazzi cesellati il cui splendore fatato
sarebbe per i vostri cresi un sogno rovinoso;

costumi che per gli occhi son un’ebbrezza;
donne che hanno dipinte le unghie e i denti,
e giocolieri esperti che il serpente accarezza.»

V

E poi, e poi ancora?

VI

«O infantili menti!

Per non dimenticare la cosa principale,
abbiam visto ovunque, senza averlo cercato,
dall’alto fino al basso della scala fatale,
il noioso spettacolo dell’eterno peccato;

la donna, schiava vile, superba e stupida,
s’ama senza disgusto e s’adora senza vergogna;
l’uomo, tiranno ingordo, duro, lascivo e cupido,
si fa schiavo della schiava, rigagnolo di fogna;

il martire che geme, il carnefice contento;
il popolo innamorato della brutale frusta;
il sangue che dà alla festa aroma e condimento,
il veleno del potere che snerva il despota;

tante religioni che alla nostra somigliano,
tutte che scalano il Cielo; la Santità,
come un uomo fine su un letto di piume,
fra i chiodi e il crine cerca la voluttà;

l’Umanità ciarlona, ebbra del suo genio,
e delirante, adesso come in passato,
nella sua furibonda agonia urla a Dio:
«Mio simile, mio padrone, io ti maledico!»

E i meno stolti, della Demenza arditi accoliti,
in fuga dal grande gregge recinto dal Destino,
per trovare rifugio nell’oppio senza limiti!
- Questo del globo intero l’eterno bollettino.»

VII

Dai viaggi che amara conoscenza si ricava!
Il mondo monotono e meschino ci mostra,
ieri e oggi, domani e sempre, l’immagine nostra:
un’oasi d’orrore in un deserto di noia!

Partire? restare? Se puoi restare, resta;
parti, se devi. C’è chi corre, e chi si rintana
per ingannare quel nemico che vigila funesto,
il Tempo! Qualcuno, ahimè! corre senza sosta,

come l’Ebreo errante e come l’apostolo,
al quale non basta treno o naviglio,
per fuggire l’infame reziario; e chi invece
sa ucciderlo senza uscire dal nascondiglio.

Infine quando ci metterà il piede sulla schiena,
potremo sperare e urlare: Avanti!
E come quando partivamo per la Cina,
gli occhi fissi al largo e i capelli al vento,

così c’imbarcheremo sul mare delle Tenebre
col cuore del giovane che è felice di viaggiare.
Di quelle voci ascoltate il canto funebre
e seducente: «Di qui!
Voi che volete assaporare

il Loto  profumato! è qui che si vendemmiano
i frutti prodigiosi che il vostro cuore brama;
venite a inebriarvi della dolcezza strana
di questo pomeriggio che non avrà mai fine!»

Dal tono familiare riconosciamo lo spettro;
laggiù i nostri Piladi ci tendon le braccia.
«Per rinfrescarti il cuore naviga verso la tua Elettra!»
dice quella cui un tempo baciavamo le ginocchia.


VIII

“O Morte, vecchio capitano, è tempo!
Sù l’ancora!
Ci tedia questa terra, o Morte!
Verso l’alto, a piene vele!
Se nero come inchiostro
è il mare e il cielo,
sono colmi di raggi
i nostri cuori, e tu lo sai!
Su, versaci il veleno
perché ci riconforti!
E tanto brucia nel cervello
il suo fuoco,
che vogliamo tuffarci nell’abisso
Inferno o Cielo cosa importa ?
discendere l’Ignoto nel trovarvi
nel fondo alfine il nuovo!

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La Comunidad – Intrigo all’ultimo piano di Álex De la Iglesia (2000)

Pubblicato da unpopularpress su febbraio 3, 2010

L’avidità dell’uomo riesce a superare ogni limite razionale. Ogni logica ed ogni legge. Se poi queste persone sono rinchiuse in un condominio in compagnia di sei miliardi non registrati dal fisco, le dinamiche diventano spietate fino all’inverosimile.

La Comunidad più che un horror grottesca in stile spagnolo è una rappresentazione antropologica della società moderna. Un quadro spietato di un mondo drogato dall’ossesione del denaro. Un quadro che diventa sempre più cupo e claustrofobico togliendoti ogni possibilità di scampo.

Consigliato nei pomeriggi pigri, prima di partire per la Spagna.

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Il grande Lebowski di Joel Coen (1997)

Pubblicato da unpopularpress su febbraio 3, 2010

Il grande Lebowski di Joel Coen (1998)

Il grande Lebowski di Joel Coen (1998)

Il cult dei cult: divertente, ironico, dissacrante: Il grande Lebowski è un ritratto dell’uomo di fine millennio: Sacciato, alienato, irrriverente e cinico, Jeff Leboski e l’mmagine di un sessantottino reduce dal grande vuoto del nuovo millennio.

L’antieroe western qui viene portato nelle sue estreme codizioni. Sfatto, trasandato, affasciante, cinico, funkazzista. Assolutamente adorabile e affascinante come tutti perdenti western, ma senza erranza, senza cattiveria, senza più nemmeno il western. Le grandi  praterie della California si restringono fino a diventare uno strettisimo tracciato di legno con dei birilli da abbattere. Una lunga pista da bowling che diventa spazio di avventura e giardino domestico.

Ne Il grande Lebowski non ci sono avventure, non ci sono storie, non ci sono gesta eroiche da raccontare. Le grandi narrazioni sono finite da un pezzo, ma anche le piccole cominciano a vacillare. Forse non c’è più nulla da raccontare. L’importante però è raccontarlo con stile. E i fratelli Coen ne hanno veramente da vendere.

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FRAMMENTI: Henry Miller “Tropico del cancro”

Pubblicato da unpopularpress su febbraio 2, 2010

All’intro più bello della letteratura americana… Un calcio nelle palle a secoli di Arte…

È l’autunno del mio secondo anno a Parigi. Ci sono stato mandato per una ragione che ancora non sono riuscito a penetrare.

Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo piú felice del mondo. Un anno, sei mesi fa, pensavo d’essere un artista. Ora non lo penso piú, lo sono. Tutto quel che era letteratura, mi è cascato di dosso. Non ci sono piú libri da scrivere, grazie a Dio.

E questo allora? Questo non è un libro. È libello, calunnia, diffamazione. Ma non è un libro, nel senso usuale della parola. No, questo è un insulto prolungato, uno scaracchio in faccia all’Arte, un calcio alla Divinità, all’Uomo, al Destino, al Tempo, all’Amore, alla Bellezza… a quel che vi pare.

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Baciami ancora di Gabrile Muccino (2010)

Pubblicato da unpopularpress su febbraio 1, 2010

Baciami ancora di Gabriele Muccino (2010)

Baciami ancora di Gabriele Muccino (2010)

Amori ridicoli, erranti, invecchiati. Amori che venogno allontanati per anni ma che faticano ad uscire dalle nostre vite e che possiamo ritrivarci sul nostro percorso ancora per tempo. Amori che soffrono. Amori che fanno soffrire. Corpi dilaniati dal dolore o corpi freddi che riscaldano letti carichi di un amore non corrisposto.

Muccino ci presenta ancora una volta il tema a lui più caro: le storie d’amore. Lui che ci ha accompagnato sin dai primi amori adolescenziali ci riporta oggi in una dimensione caotica e irregolare: quella dell’amore a quarant’anni. Ne emerge un qaudro realistico, non abbozzato ma scandagliato nel fondo di tutte le possibilità che ci si possa immaginare.

E il regista italiano induge spesso troppo su alcune dinamiche, pecca nel soffermarsi forse un po’ troppo in alcune scene,  ma di certo non sbaglia film. Centra in pieno la crisi dell’uomo moderno, la perdita di ogni valore morale e di ogni punto di riferimento e disegna finemente il profilo del quarantenne moderno: insoddisfatto, depresso, privo di ogni parvenza di sogno. Ne ricava così un film decisamente più sincero degli ultimi colossal hollywodiani, forse fin troppo riusciti e sicuramente algidi.

Ne emerge il Muccino migliore, sentimentale a volte fino alla nausea ma decisamente onesto con il proprio lavoro e con il proprio stile, accompagnato da un cast in grandissimo spolvero, nonostante i dieci anni passati dal celebre L’ultimo bacio, di cui questa pellicola ne è il seguito a livello narrativo ma decisamente molto più convincente dal punto di vista formale, poichè lascia a casa le presunte velleità artistiche del regista italiano che preferisce questa volta spingere le storie oltre il possibile, fino all’assurdo, dritto nella realtà.

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(EC)CITAZIONI: Baciami ancora di Gabriele Muccino (2010)

Pubblicato da unpopularpress su febbraio 1, 2010

Baciami ancora di Gabriele Muccino (2010)

Baciami ancora di Gabriele Muccino (2010)

Forse la vita è non mettere mai radici.

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(EC)CITAZIONI: Il grande Lebowski (1998) di Joel Coen e Ethan Coen

Pubblicato da unpopularpress su febbraio 1, 2010

Il grande Lebowski (1998) di Joel ed Ethan Coen

Il grande Lebowski (1998) di Joel ed Ethan Coen

Jeff “Drugo” Lebowski (Jeff Bridges): Conosco i miei diritti, amico.
Sceriffo: Tu non conosci un cazzo, Lebowski.
Jeff “Drugo” Lebowski (Jeff Bridges): Voglio un avvocato, porca puttana! Perry Mason, capito? Oppure…Matlock.
Sceriffo: Il signor Treehorn dice che ha dovuto farti allontanare dalla festa che dava in giardino, perché eri ubriaco e molesto.
Jeff “Drugo” Lebowski (Jeff Bridges): Il signor Treehorn tratta gli oggetti come donne, lo sapeva?
Sceriffo: Il signor Treehorn fa girare molti soldi in questa città, tu fai girare solo le palle. La nostra è una graziosa cittadina balneare, e il mio obiettivo è mantenerla tranquilla. Perciò ti chiarisco una cosa: non mi piace che tu vada in giro a importunare i nostri cittadini, col tuo cognome da mezza sega, con la tua faccia da mezza sega, con i tuoi modi da mezza sega, e non mi piaci tu, mezza sega. Sono stato abbastanza chiaro?
Sceriffo: Mi spiace, non stavo ascoltando.

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Walter Sobchak (John Goodman): Questo non è il Vietnam, è il bowling: ci sono delle regole.

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Jeff “Drugo” Lebowski (Jeff Bridges): Ma vaffanculo!
Jeffrey Lebowski, il miliardario (David Huddleston): Vaffanculo, sì. Questa è la sua risposta, la sua risposta per tutto: se la fícèia tatuare in fronte. La vostra rivoluzione è finita, signor Lebowski, gli sbandati hanno perso.

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Jackie Treehorn (Ben Gazzara): Le nuove tecnologie ci permettono di fare cose entusiasmanti nel campo del software erotico alternativo, avanguardia del futuro… Drugo: cento per cento elettronico.
Jeff “Drugo” Lebowski (Jeff Bridges): Uhm… Mah, io mi faccio ancora le seghe a mano.
Eh, non ne dubito!

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Jeffrey Lebowski, il miliardario (David Huddleston): Cos’è… Cos’è che fa di un uomo un uomo, signor Lebowski?

Jeff “Drugo” Lebowski (Jeff Bridges): Ah… Non lo so, signore.

Jeffrey Lebowski, il miliardario (David Huddleston): Essere pronti a fare ciò che è più giusto, a qualunque costo: non è questo che fa di un uomo un uomo?

Jeff “Drugo” Lebowski (Jeff Bridges):Sì, quello e un paio di testicoli.

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Jeff “Drugo” Lebowski (Jeff Bridges): Perché ogni cosa con te diventa grottesca?

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Poliziotto: E nella valigetta?
Jeff “Drugo” Lebowski (Jeff Bridges):Oh, beh, documenti, solo documenti. Già, solo i miei documenti. Documenti di lavoro.
Poliziotto: Che lavoro fa?
Jeff “Drugo” Lebowski (Jeff Bridges): Sono disoccupato.

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Jeff “Drugo” Lebowski (Jeff Bridges):: Sai cosa diceva Lenin? “Tu cerca la persona che ne trae beneficio, e…, e… insomma…
Donny (Steve Buscemi): Obladì Obladà!

Jeff “Drugo” Lebowski (Jeff Bridges):: …insomma… avrai… Walter, capisci cosa voglio dire?

Donny (Steve Buscemi): Obladì Obladà!
Walter: Quella fottuta puttanella!

Donny (Steve Buscemi): Obladì Obladà!
Walter: Quella… vuoi chiudere quella boccaccia? Non Lennon, Lenin! Vladimir Ilyich Ulyanov!
Donny (Steve Buscemi): Ma di che cazzo sta parlando?

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Jeff “Drugo” Lebowski (Jeff Bridges):Drugo voleva solo il suo tappeto. Nessuna avidità. È che dava… un tono all’ambiente.

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Lo straniero (Sam Elliott): A volte sei tu che mangi l’orso e a volte è l’orso che mangia te.

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FUORI DAL FLUSSO: Blob Carossello

Pubblicato da unpopularpress su gennaio 31, 2010

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I diari della motocicletta di Walter Salles (2004)

Pubblicato da unpopularpress su gennaio 31, 2010

I diari della motocicletta di Walter Salles (2004)

I diari della motocicletta di Walter Salles (2004)

Un viaggio attraverso il continente americano al bordo di una motocicletta. Un viagggio di formazione di una delle più grandi personalità che la Storia ci ha lasciato: Ernesto Che Guevara.

I diari della motocicletta cerca di non è un’elegia del “Che” è uno sguardo sul sudamerica, un resoconto di un viaggio visto con gli occhi e attraverso le parole di una grande personaggio.

Lo stesso regista Walter Salles affermerà, nel descrivere il rapporto con questo film: “È talmente dentro di me, che mi sono convinto, nel tempo, di una cosa: io ho iniziato il film da regista brasiliano e l’ho terminato da regista latino-americano.”

In effetti il film mostra la natura come un tutto che assorbe ed accoglie ogni cosa. Una natura benevola, mai aggressiva, nemmeno nelle intemperie. Ma allo stesso tempo è una natura che l’uomo può utilizzare come segno di separazione, tra stati, tra nazioni o molto più semplicemente tra “sani” e “malati”, tra “ricchi” e “poveri”. Emblematico in questo senso risulta il fiume che divide gli ammalati di lebbra dai volontari che li accudiscono e ancora più emblematico è il gesto del giovane Ernesto che lo attraversa a nuoto, nonostante la sua asma.

In questo gesto c’è tutta la carica rivoluzionariodi un ragazzo che farà della sua vita una lotta continua.

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