Spesso i critici mi accusano dicendo che nei film non sono altro che me stesso. Ma essere se stessi è molto più difficile di quanto pensiate 4 months ago
E non mi dire che non mi conosci più, che ti sei dimenticato. Non mi dire che non ti ricordi più... 5 months ago
La rabbia giovane (Badlands, 1973) di Terence Malick
Il Nebraska non è una terra facile da vivere, così come non lo sono in generale le periferie di questo pianeta. E il destino dei suoi abitanti a volte sembra essere scritto nei propri cognomi, come accade a l protagonista Kit Carruthers (Martin Sheen), il cui nome, come suggerisce il ragazzo stesso, sembra essere “carrozziere”. In realtà il 25enne lavora come netturbino ma è scontento del suo lavoro e della vita che conduce in questa cittadina del Nebraska. Tutto questo fino a quando incontra la ragazza che le cambierà la vita: la giovanissima (appena 15 anni) Holly Sargis.
Tra i due nascerà una storia d’amore silente e straziante, fatta di poche parole e ancor meno effusioni. E forse errato anche chiamarlo amore, perchè la ragazza ammira nel giovane soprattutto la somiglianza che ha con la star hollywoodiana James Dean. Ma se l’attore americano era divenuto celebre per la sua interpretazione di Rebel Without a Cause (Gioventù bruciata), i due ragazzi diventeranno protagonisti di una nuova storia che si potrebbe intitolare “Assassini senza motivo”. In effetti, più che la passione, è la violenza gratuita che traspare negli atti dei due ragazzi, una freddezza spietata che porterà ad uccidere 11 persone, tra cui, per primo, il padre di Holly Sargis.
L’alienazione che Terrence Malick mostra è inquietante, nessuna giustificazione agli atti di violenza, nessun idillio per i due fidanzati, nessun senso di colpa per gli atti di brutalità che seminano nel loro percorso. Il loro, in effetti, è un viaggio nel nulla. Le frontiere in Nebraska sono inesistenti, così come lo sono i pionieri, sostituiti da fantocci nati per emulazione, marionette che sembrano muoversi all’interno di una pellicola senza regista, frutto di un montaggio casuale. Anche il rapporto uomo-natura è annullato. La natura non è ostile e non è amica, è solo un grosso nulla che icombe, che osserva l’uomo consumarsi nella sua disperazione. Forse può essere un riparo dalla legge ma alla fine dalla legge non si vuol scappare.
Il giovane Carruthers terrorizzò l’america assonnata del dopoguerra a suoni di pallottole, la destò dalla noia e dal torpore e regalò uno scenario brutale di sangue e violenza. Questo era il suo messaggio, questa la sua bruta e spietata fantasia. Il film di Malick è ispirato, in effetti, ad un storia veria, quella del giovane Charles Starkweather e Caril Ann che nell’inverno del 1957 seminarono il terrore negli Stati Uniti. La storia è così brutale che nemmeno a Quentin Tarantino sarebbe saltata in mente di scriverla, e infatti, il giovane sceneggiatore si limitò a registrarla riadattandola per la stesura di Natual Born Killer (1994). Anche il Boss ne rimase colpito fortemente e ne trasse una splendida canzone, Nebraska, che diede il titolo a uno degli album più belli della storia del rock.
Testo Nebraska di Bruce Springsteen
I saw her standin’ on her front lawn just twirlin’ her baton
Me and her went for a ride sir and ten innocent people died
From the town of Lincoln Nebraska with a sawed-off .410 on my lap
Through to the badlands of Wyoming I killed everything in my path
I can’t say that I’m sorry for the things that we done
At least for a little while sir me and her we had us some fun
The jury brought in a guilty verdict and the judge he sentenced me to death
Midnight in a prison storeroom with leather straps across my chest
Sheriff when the man pulls that switch sir and snaps my poor neck back
You make sure my pretty baby is sittin’ right there on my lap
They declared me unfit to live said into that great void my soul’d be hurled
They wanted to know why I did what I did
Well sir I guess there’s just a meanness in this world
Jake “J.J.” Gittes (Jack Nicholson): È ricco e troppo rispettabile per volere il suo nome nei giornali.
Noah Cross (John Huston): Certo che sono rispettabile. Sono vecchio. I politici, gli edifici brutti e le puttane diventano rispettabili se durano abbastanza.
È stato il più bel regalo del 1900 ai suoi inquilini, più dell’aereo e della penicillina. È il cinema, la sala buia, lo schermo vasto che trasporta e avvolge le storie illuminate. Ognuno lo ama, io al punto di andarci da solo. Per alcuni questo è un atto desolato, per me è solo un atto di egoismo. Amo Chaplin sopra ogni altro singolo. Amo il cinema italiano di dopoguerra, sopra ogni altra corrente. Detto per approssimazione neorealismo, fu invece narrativa e informazione, mezzo di conoscenza dell’Italia stordita dal fascismo. Presentava gli italiani a se stessi, la vita febbrile di un popolo risorto. Suscitava pratiche di censura nei governi democristiani del tempo. L’Italia era apprendista di democrazia, quei film l’educavano.
Non credo che il cinema cambi il mondo, però registra in tempo i mutamenti. I grandi film americani sul Vietnam sono venuti dopo la sconfitta, però l’hanno raccontata fino a raschiare la feccia e il napalm dal fondo di quella storia sbagliata. Amo il cinema che non mi lascia in pace, ma pure quello che mi prende in giro, come quello di Totò. Amo le divinità femminili che hanno occupato il campo dello schermo sopra piedistalli da statue. Il genere maschile ha così imparato a inchinarsi davanti a un’irraggiungibile bellezza.
Erri De Luca, Alzaia, Feltrinelli, Milano 2008, p. 26
Il film La grande fuga, diretto da John Sturges è basato sul libro-racconto del pilota australiano Paul Brickhill, il cui aereo venne abbatuto in Tunisia nel marzo del 1943. Il racconto di Brickhill si incentra sulla detenzione nel campo di concentramento e sul seguente tentativo di fuga tramite un tunnel scavato sotto il campo.
Il film mette in scena un interessante ritratto degli alleati nel dopoguerra, uniti insieme per battere il nemico comune ma allo stesso tempo profondamente diversi. Inglesi, scozzesi, australiani, americani. Tutti profondamente diversi, ma uniti per una battaglia comune, che in questo caso non è l’esercito nazista ma l’idea di libertà.
Struges è molto abile nel mettere in scena la fuga come aspirazione, un desiderio di libertà più che voglia di scappare. E la libertà va coltivata, va scavata nel fondo della terra, come i tunnel che i detenuti trivellano nel sottosuolo per scappare dalla deportazione nazista. Il piano va organizzato perfettamente, prevedendo i pericoli, calcolando i rischi, chiedendo qualche sacrificio. E tutti i dettagli devono essere curati, dai documenti, ai vestiti, alla dizione. Struges costruisce il piano di fuga come un piano di lavorazione e le 250 persone che evadono sembrano il cast di un colossal americano. Si crea così un effetto di colossal nel colossal, un gioco di rimando, una reazione a catena.
E il flop o la riuscita del progetto sembrano essere secondari, rimane il gusto di averci provato.